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News

Martedì, 31 Agosto 2010

Lo scorso luglio il CTI - Comitato Termotecnico Italiano - ha organizzato una giornata di studio e di discussione sul tema della certificazione energetica degli edifici in Italia. Scopo di tale incontro è stato innanzitutto quello di fare il punto della situazione sul sistema delle certificazioni energetiche, ascoltando tutti i principali attori coinvolti in questo settore, per poi delineare quelli che saranno gli sviluppi futuri del settore. L‘analisi delle problematiche costituisce infatti il punto di partenza per il miglioramento non solo della normativa ma di tutto ciò che gravita intorno a queste tematiche, tenendo sempre ben presente l‘obiettivo finale che è il miglioramento delle prestazioni e dell‘efficienza energetica nell‘edilizia.

L‘esigenza di una giornata di confronto è nata non solo dall‘importanza dell‘argomento, ma anche dal particolare momento che stiamo vivendo in ambito di efficienza energetica degli edifici, segnato, a livello europeo, dalla pubblicazione della nuova direttiva 2010/31/UE e, a livello nazionale, dall‘avvio dei lavori di revisione delle prime due parti della UNI TS 11300.

Tutto ciò viene sottolineato, in apertura di giornata, dai professori Boffa e Riva, rispettivamente presidente e direttore del CTI, annunciando anche l‘impegno e la volontà di portare, in un prossimo futuro, l‘esperienza italiana a livello internazionale.

L‘arch. Dall‘O‘, professore del Politecnico di Milano e presidente del SC 1 in ambito CTI, ha parlato di integrazione tra progettazione e certificazione e di come le diverse regioni hanno recepito l‘obbligo di redazione degli ACE. In relazione a ciò, ha riassunto anche quelli che sono i metodi a livello nazionale con i quali si può redigere un ACE. Riguardo il recasting dell‘EPBD, ha evidenziato come vi siano ancora dubbi sull‘interpretazione di tale direttiva, come ad esempio sulla definizione di edificio a consumo "quasi zero".

L‘ing. Moneta, rappresentante del Ministero dello Sviluppo Economico, ha parlato dell‘intenzione delle istituzioni di adottare misure a sostegno dell‘efficienza energetica, rafforzando anche il ruolo e l‘importanza della certificazione energetica. L‘obiettivo è infatti quello di unire gli incentivi per l‘utilizzo di fonti rinnovabili a quelli per l‘efficienza energetica; molto è stato fatto per promuovere, ad esempio, il fotovoltaico, ma ancora relativamente poco per favorire interventi che portino al miglioramento dell‘efficienza energetica. Riguardo all‘intero sistema delle certificazioni energetiche, sottolinea comunque come il lavoro svolto finora è considerevole, tanto che le stesse UNI TS 11300 sono state più volte citate in Europa come buon esempio di recepimento dell‘intero pacchetto di norme dell‘EPBD.

Il dr. Fasano, dell‘Unità Organizzativa Energia e Reti Tecnologiche della Regione Lombardia, ha portato invece l‘esperienza di Regione Lombardia che per prima si era mossa sul tema della certificazione energetica. I dati presentati nel corso dell‘intervento testimoniano gli sforzi fatti sia per la formazione dei certificatori che per la gestione dell‘intero sistema. L‘adozione di una metodologia di calcolo differente da quella nazionale, ha spiegato Fasano, è stata una necessità nata dall‘esigenza di colmare alcune lacune a livello nazionale. In un prossimo futuro comunque l‘intenzione è quella di convergere verso i criteri nazionali.

Riguardo il mercato e i pareri degli addetti ai lavori, ha parlato l‘ing. Torretta, vice-presidente ANCE, sottolineando come l‘opinione pubblica non sia ancora adeguatamente sensibilizzata sul tema dell‘efficienza energetica degli edifici. La stessa certificazione energetica viene vista il più delle volte come un obbligo e un onere e non come uno strumento di verifica delle prestazioni e quindi come primo passo verso l‘adozione di misure che consentano di ridurre i consumi. Torretta ha ricordato anche come tutti questi discorsi vadano comunque pesati per tener conto del momento di crisi generale; l‘efficienza energetica purtroppo costa, e affinché si possa investire in questo campo occorre che sia percepita una convenienza. A tal proposito dovrebbe essere il Governo a dare una spinta in questa direzione; uno dei problemi in questo settore è che molti ne parlano ma poi non sempre le buone intenzioni vengono messe in pratica.

I lavori sono poi proseguiti con una tavola rotonda. Molti i temi toccati fra i quali gli incentivi del 55%, l‘informazione ai consumatori, le problematiche dei termotecnici e dei certificatori energetici di fronte a metodologie differenti a livello nazionale e regionale.

Nel pomeriggio si è parlato invece nello specifico della UNI TS 11300 e dell‘imminente revisione delle sue prime due parti. Il prof. Corrado del Politecnico di Torino, coordinatore del GL 102 del CTI, ha spiegato quelli che sono i principi che stanno alla base delle UNI TS 11300, concentrandosi in particolare sulla parte 1, illustrando i punti che saranno oggetto di revisione e discussione nel gruppo di lavoro. L‘ing. Colle, presidente del SC 6 e coordinatore del GL 601, ha parlato invece della parte 2 e delle questioni che saranno affrontate in fase di revisione. L‘arch. Martino ha completato poi il quadro della UNI TS 11300 illustrando peculiarità e criticità delle parti 3 e 4. L‘ing. Nidasio ha parlato infine dell‘attività di verifica di conformità dei software commerciali e degli esempi applicativi della UNI TS 11300, sottolineando come tutto ciò porti un importante feedback ai fini della revisione e del miglioramento della suddetta specifica tecnica.

Fonte: CTI

CTI - Comitato Termotecnico Italiano
www.cti2000.it/

Venerdì, 27 Agosto 2010

posatoreparquetQuando si pensa ad un pavimento di legno la prima cosa che ci viene in mente è l’eleganza del materiale, il suo “calore”, la perfezione degli allineamenti volti a creare disegni e forme in grado di valorizzare al massimo l’arredamento di un’abitazione. Questi risultati, però, si ottengono solo affidando la posa del pavimento di legno ad un’azienda che si avvale di personale specializzato in grado di valutare ogni aspetto, anche il più problematico, relativo alle procedure da adottare per realizzare una pavimentazione di legno il più possibile esente da difetti legati ai materiali utilizzati e alle tecniche di posa.

Per definire i criteri di valutazione e le metodologie da applicare per la qualificazione del personale per la posa in opera di pavimentazioni di legno e parquet, la commissione "Legno" dell’UNI ha elaborato la norma UNI 11368-1 “Pavimentazioni di legno - Posa in opera - Criteri e metodi di valutazione - Parte 1: Posa mediante incollaggio”.

I criteri e i metodi trattati costituiscono le specifiche competenze di esclusiva pertinenza del posatore della pavimentazione di legno e parquet, e pertanto sono le uniche in grado di determinarne l’effettiva qualificazione professionale.

La norma definisce i criteri di valutazione e le metodologie da applicare per la valutazione della posa in opera di pavimentazioni di legno e parquet per uso interno, finite, al momento della consegna dell’opera. Si applica alle pavimentazioni posate mediante incollaggio, su qualsiasi tipologia di sottofondo, impiegate nelle principali destinazioni d’uso quali edilizia residenziale, di nuova costruzione e/o esistente, per il terziario, pubblica, commerciale.

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Venerdì, 27 Agosto 2010

panchina1Nel linguaggio calcistico “finire in panchina” vuol dire essere escluso dal gioco, nella vita quotidiana invece “sedere su di una panchina”, magari in un parco pieno di verde, può essere un piacere, un punto dal quale contemplare il mondo senza essere visti.

Seduto su quella panchina ad una fermata dell’autobus di Savannah, Georgia, Forrest Gump racconta a successivi ascoltatori la storia della sua incredibile vita.
Giovanni De Luna sulla Stampa scriveva che la panchina “è protagonista di uno spazio quotidiano che è anche luogo di molte relazioni sociali, pubbliche, la panchina è fatta per la sosta, è il riposo degli anziani e delle bambinaie, il rifugio degli innamorati poveri: sembra così scandire tutte le fasi della vita dell’uomo, accompagnandolo nei passaggi decisivi”.

La panchina quindi, per la sua indole “indipendente”, si presterebbe poco ad ogni tipo di “normalizzazione”, in realtà, proprio per la sue ampie possibilità di fruizione, aveva un’urgente necessità di riferimenti normativi. Il settore dei “componenti per l’arredo urbano”, così definito per distinguerlo dalla più ampia casistica legata principalmente all’edilizia, non poteva avvalersi, fino ad ora, di nessuno strumento normativo specifico.

UNI nel 2004 ha creato, nell’ambito dei lavori della Commissione “Mobili”, un gruppo specifico dedicato alla valutazione di progetti di norma relativi ai componenti per l’arredo urbano. Il gruppo, equamente suddiviso tra produttori ed utilizzatori aveva individuato alcuni argomenti prioritari da sviluppare in funzione delle problematiche relative alla sicurezza di cui i prodotti da “normare” potevano soffrire.
Il progetto normativo si è articolato:

  • partendo dall’analisi delle norme di riferimento eventualmente esistenti;
  • considerando le possibili criticità del prodotto in base agli aspetti di sicurezza;
  • valutando, di conseguenza, molto attentamente i requisiti di sicurezza minimi da inserire.

panchina_disegnoLa norma UNI 11306 “Panchine - Requisiti di sicurezza e metodi di prova” è la prima di una serie di possibili altre norme dedicate ai prodotti che costituiscono l’arredo urbano.
La norma non fa distinzione di forme e tipi di materiali utilizzati per la costruzione delle panchine, ma include le panchine integrate con altri elementi di arredo urbano (per es. fioriere, quinte, cestini e simili). Quando la panchina è integrata con prodotti sui quali esistono norme specifiche, tali prodotti devono soddisfare i requisiti delle specifiche norme.

Innanzitutto la norma fa chiarezza su termini come panchina amovibile (appoggiata al suolo) e fissa (fissata permanentemente ad un supporto). Particolare attenzione viene posta alle aperture che, in un panchina, possono costituire pericoli di intrappolamento e ai punti che, a causa del movimento, possono schiacciare parti del corpo.
I materiali e le finiture devono avere requisiti tali che permettano loro di resistere alla corrosione (metalli) e di durare nel tempo, come nel caso di parti di legno massiccio a contatto con il terreno, in questo caso il legno deve essere anche trattato con preservanti e deve seguire adeguati metodi di costruzione.

La progettazione della panchina e di tutti i suoi componenti deve essere attentamente valutata per ridurre al minimo i rischi di lesioni per l’utilizzatore:

  • bordi e spigoli della seduta, dello schienale e dei braccioli arrotondati con raggio ≥ 2mm;
  • tutti gli altri bordi e spigoli privi di bave e arrotondati o smussati;
  • protezione contro l’intrappolamento delle dita;
  • protezione contro l’intrappolamento dei piedi;
  • protezione contro l’intrappolamento di testa e collo.

La stabilità della panchina deve essere assicurata mediante prove che verificano che la stessa non si ribalti in determinate condizioni di carico.
Infine la panchina deve mantenere le sue caratteristiche strutturali al termine di una sequenza di prove mirate a valutare la resistenza strutturale di tutti i suoi componenti.

Le panchine conformi alla norma UNI 11306 dovrebbero riportare su una parte visibile e in modo leggibile e durevole, in relazione all’ambiente ed alle altre condizioni di esposizione del manufatto, le seguenti informazioni:

  • nome e indirizzo del fabbricante e/o logo che identifichi n maniera inequivocabile il fabbricante e il suo indirizzo;
  • anno di fabbricazione e mese, quando questo sia significativo, o un codice equivalente;
  • il riferimento alla norma UNI 11306.

"La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata. E' vacanza a portata di mano. Sulle panchine si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo. Come leggere un romanzo."
Da "Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne" di Beppe Sebaste


Riferimenti normativi

  • UNI 9429 "Mobili - Determinazione della resistenza delle superfici agli sbalzi di temperatura"
  • UNI EN 350-2 "Durabilità del legno e dei prodotti a base di legno - Durabilità naturale del legno massiccio - Guida alla durabilità naturale e trattabilità di specie legnose scelte di importazione in Europa"
  • UNI EN 351-1 "Durabilità del legno e dei prodotti a base di legno - Legno massiccio trattato con i preservanti - Classificazione di penetrazione e ritenzione del preservante"
  • UNI EN 335-1 "Durabilità del legno e dei prodotti a base di legno. Definizione delle classi di utilizzo - Parte 1: Generalità"
  • serie UNI EN 636 "Pannelli di legno compensato - Specifiche"
  • UNI EN 1022 "Mobili domestici - Sedute - Determinazione della stabilità"
  • serie UNI EN 1176 "Attrezzature per aree da gioco - Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova"
  • UNI EN 1728 "Mobili domestici - Sedute - Metodi di prova per la determinazione della resistenza e della durabilità"
  • UNI ISO 9227 "Prove di corrosione in atmosfere artificiali - Prove in nebbia salina"
  • UNI EN 12727 "Mobili - Sedute su barra - Metodi di prova e requisiti per la resistenza e la durata"
  • UNI EN 15373 "Mobili - Resistenza, durata e sicurezza - Requisiti per sedute non domestiche"

UNI, Fabrizio Tacca
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Mercoledì, 25 Agosto 2010

foodL’immediato dopoguerra ha segnato un momento epocale per l’alimentazione degli abitanti dell’Europa e, naturalmente, anche dell’Italia. Fino ad allora infatti le risorse erano limitate perché le tecniche agronomiche non davano rese sufficienti per la nutrizione di tutta la popolazione; i mezzi di trasporto, le condizioni trasporto ed i tempi di percorrenza non permettevano di distribuire i prodotti alimentari per lunghe distanze. Perciò, quando nel dopoguerra si è potuto disporre di abbondante quantità di cibo e la fame non era più una condizione di vita che accomunava tante famiglie, le nostre tavole hanno progressivamente accolto tutti quei prodotti che erano oggetto di desiderio in periodi di penuria.
In parallelo, le condizioni lavorative sia della classe operaia che della classe impiegatizia sono andate migliorando con l’ausilio delle macchine che sostituivano la fatica fisica con il comando delle medesime, giustificando sempre di meno l’assunzione di alimenti ad alto contenuto energetico calorico.
Le tradizioni culinarie tramandate di generazione in generazione peraltro collegavano alle origini molte persone che emigravano dalla loro terra in cerca di lavoro, rassicurandole sul piano affettivo.

Nel corso dei decenni poi la facilità delle comunicazioni ha permesso di creare scambi culturali sul piano alimentare, per cui per esempio in Puglia hanno trovato collocazione formaggi come la Crescenza e il Gorgonzola; in Lombardia verdure come i broccoli e le cime di rapa. Senza contare la permeazione nella cultura alimentare italiana di ingredienti e piatti europei ed oggi sempre di più anche extraeuropei.

In questo quadro di progressiva molteplicità di offerta qualitativa e quantitativa di prodotti alimentari, i consumatori hanno adottato regimi alimentari declinati intorno ai loro gusti ed al loro rapporto con il cibo, aspetto sul quale la nostra psiche svolge un ruolo importante nella scelta, influenzata anche dal condizionamento della pubblicità. Risultato di questo fenomeno è che non sempre si rispetta il rapporto tra il contenuto calorico e compositivo dell’alimento ed il fabbisogno dell’organismo. Di conseguenza il sovrappeso e l’obesità sono drasticamente aumentate ed hanno cominciato a manifestarsi come problema su scala sociale, coinvolgendo fasce di età sempre più bassa, accompagnate dall’aumento nel tempo di malattie generate da una alimentazione sbilanciata nei suoi componenti: ipertensione arteriosa, malattie dell’apparato cardiocircolatorio, malattie metaboliche (aumento di colesterolo e trigliceridi ematici), carie dentarie, diabete, alcune forme di tumori.
La cura di queste malattie costituisce indubbiamente un onere per il nostro sistema sanitario. Infatti, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’86% delle morti ed il 75% delle spese sanitarie in Europa e in Italia sono determinate da patologie croniche, che hanno come minimo comune denominatore 4 principali fattori di rischio: fumo, abuso di alcol, scorretta alimentazione, inattività fisica.

Le Istituzioni governative del nostro Paese hanno affrontato questa situazione adottando negli ultimi decenni una politica di prevenzione dell’insorgere di queste malattie, culminata con il programma Guadagnare salute promosso dal Ministero della Salute e approvato il 4 maggio 2007. Il programma è finalizzato alla realizzazione di interventi per la tutela e la promozione della salute pubblica concordati fra livelli istituzionali e di governo, e coinvolge il mondo della scuola, docenti e ragazzi, al fine di conoscerne gli stili di vita ed agire correggendo i comportamenti ritenuti sbagliati, per raggiungere i genitori, diffondendo così anche in famiglia abitudini salutari. Obiettivo di questo programma è anche agire nei luoghi di lavoro per attivare nuovi modelli e soluzioni che possono avere influenze positive non solo in ambito lavorativo, ma in generale sulle abitudini di vita.

Fin dal 1986 l’Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), sottoposto alla vigilanza del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, ha predisposto le prime “Linee guida per una sana alimentazione italiana”. Esse forniscono al consumatore semplici informazioni ed indicazioni per una sana ed equilibrata alimentazione, nel rispetto delle tradizioni alimentari del nostro Paese, avendo cura anche della propria salute. Avendo l’obiettivo di insegnare ad utilizzare gli alimenti disponibili nel modo più corretto, queste linee guida possono essere adottate anche dal settore della ristorazione fuori casa, per produrre e distribuire pasti bilanciati a seconda del consumatore e al contempo diffondere un’informazione alimentare che porti ad un regime alimentare equilibrato.

Il Ministero della Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali riconosce che l’alimentazione sia uno dei più importanti tratti dello stile di vita nel determinare la salute ed ha pertanto individuato come compito prioritario in questo settore la promozione di iniziative atte alla divulgazione dei corretti principi in campo nutrizionale per prevenire le malattie derivanti da una alimentazione ipercalorica e non sempre bilanciata in rapporto alle effettive esigenze energetiche ed alla attività fisica svolta. Sono stati a questo scopo siglati nello scorso 2007 protocolli di intesa tra il Ministero della Salute e il Ministero della Pubblica Istruzione, per definire strategie comuni tra salute e scuola, che impegnino il sistema scolastico e quello sanitario intorno a interventi di educazione alla salute e di comunicazione istituzionale. Per avviare concretamente questo progetto, a breve distanza di tempo il Ministero della Salute ha firmato un protocollo di intesa con 7 Associazioni dei Consumatori e degli Utenti allo scopo di definire, sostenere e realizzare un programma per promuovere la diffusione tra i consumatori e gli utenti dei dati sull’alimentazione e dei consumi alimentari della popolazione e sulle relazioni con la condizione di obesità e sovrappeso. Il programma prevede il sostegno di politiche commerciali orientate a favorire comportamenti salutari nei consumatori ed utenti nonché azioni nell’area della comunicazione quali la riduzione dell’impatto della comunicazione commerciale sui consumatori più vulnerabili (bambini) per evitare che sia sfruttata la credulità e la carenza di capacità critica dei minori; fornire informazioni dettagliate per i consumatori portatori di patologia; sostenere la promozione dell’aumento di consumo di prodotti ortofrutticoli freschi.

Di questa politica istituzionale si sono fatti carico anche alcuni soggetti della filiera agroalimentare, tra i quali l’industria alimentare, seconda industria manifatturiera del Paese. La Federazione che la raccoglie in ambito di Confindustria è infatti impegnata, tra l’altro, a sostenere politiche di promozione di un corretto stile di vita, inteso come binomio inscindibile tra un’alimentazione equilibrata e una sempre maggiore consuetudine al movimento.

La normazione volontaria si è attivata molto recentemente e soltanto a livello europeo. Si è tenuta infatti nel novembre 2008 la prima riunione del CEN PC 387 “Food data”, al quale partecipa per l’Italia una rappresentante dell’Inran.
I soggetti della filiera agroalimentare infatti sentono la necessità di avere dati sugli alimenti oggetto di transazione commerciale. Questi dati sono utilizzati per diversi scopi quali l’etichettatura, promozione del prodotto, indicazioni dietetiche e nutrizionali, informazioni ai consumatori, supporto alla ricerca.

Queste necessità stanno confluendo nel testo della norma in fase di elaborazione, che specifica i requisiti sulla struttura e sulla semantica della serie di dati su alimenti, destinati a diverse applicazioni, da raccogliere ed essere oggetto di informazione all’atto dello scambio. In particolare, questi dati sono relativi all’identificazione, descrizione e classificazione degli alimenti, compresi i loro ingredienti; ai valori del contenuto dei nutrienti misurabili, stimati o calcolati e ai metodi utilizzati per ottenere questi valori. La norma inoltre richiederà i riferimenti alle fonti delle informazioni riportate.

Questa norma europea, come altre pubblicate dal CEN, si pone a complemento della legislazione in essere, quale strumento per applicare i principi sanciti a livello cogente su questa materia.

In un contesto di transazioni commerciali globalizzate e di squilibrio dell’accesso alle risorse alimentari sul nostro pianeta, è importante infatti stabilire quali informazioni minime debbano accompagnare un prodotto alimentare per orientare la scelta da parte dei soggetti che compongono la filiera fino a noi consumatori. Tali informazioni sono tra gli elementi che rientrano nel concetto più ampio della sicurezza alimentare, come sostiene il Regolamento CE n. 178: “La Comunità ha scelto di perseguire un livello elevato di tutela della salute nell'elaborazione della legislazione alimentare”.

UNI, Paola Visintin
Funzionario Divisione sanità, alimentazione, materiali e beni di consumo
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Martedì, 24 Agosto 2010

Sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea del 18/06/2010 è stata pubblicata la direttiva 2010/31/CE in materia di prestazione energetica nell'edilizia. Essa sostituirà la 2002/91/CE, la quale sarà abrogata dal 1 febbraio 2012.
La nuova direttiva, che dovrà essere adottata dagli Stati membri entro e non oltre il 9 luglio 2012, ha lo scopo di chiarire, rafforzare e ampliare il campo di applicazione della vigente sul rendimento energetico nell'edilizia, nonché di ridurre le differenze tra le pratiche in uso negli Stati membri in tale settore, pur tenendo conto delle condizioni locali e climatiche esterne, fornendo disposizioni in merito alla:

  • definizione di un quadro comune generale per la metodologia di calcolo della prestazione energetica
  • applicazione di requisiti minimi alla prestazione energetica di edifici e unità immobiliari di nuova costruzione
  • applicazione di requisiti minimi alla prestazione energetica di edifici e unità immobiliari esistenti, sottoposti a ristrutturazioni importanti, inclusi gli interventi su specifici elementi edilizi o sistemi tecnici quando questi siano oggetto di sostituzione o rinnovamento
  • definizione di piani nazionali destinati ad aumentare il numero di edifici ad energia quasi zero
  • certificazione energetica degli edifici o delle unità immobiliari
  • ispezione degli impianti di riscaldamento e condizionamento
  • definizione di sistemi di controllo indipendenti per gli attestati di prestazione energetica e i rapporti di ispezione.

Il cosiddetto recasting della EPBD costituisce, quindi, un importante passo verso il miglioramento delle performance energetiche degli edifici e testimonia come l‘Unione Europea sia molto attenta a queste  tematiche. Il parco edilizio è infatti attualmente responsabile del 40% del consumo globale di energia nell‘Unione. Si stima inoltre una crescita del settore nei prossimi anni e quindi un conseguente aumento dei consumi. Misure volte all‘adozione di tecniche costruttive che mirino al contenimento dei consumi, unitamente ad una incentivazione all‘uso di fonti energetiche rinnovabili e pulite, sono indispensabili per ridurre, in primo luogo, le emissioni di CO2 e di gas serra nell‘atmosfera e, in secondo luogo, la dipendenza europea dalle fonti fossili. L‘EPBD e la sua rifusione in questo senso possono essere viste come strumenti su cui far leva al fine di indirizzare nel medio-lungo termine le politiche degli Stati membri verso una gestione più attenta dei fabbisogni energetici.

Gli Stati membri dovranno infatti recepire tale direttiva: tutti gli edifici che verranno costruiti dal 31 dicembre 2020 saranno conformi ai più elevati standard di risparmio energetico e saranno alimentati principalmente da energie rinnovabili (questi edifici avranno un consumo di energia primaria "quasi zero"). Per gli edifici pubblici tali requisiti si applicheranno a partire dal 2018, affinché siano "esempio di buone pratiche".

I requisiti minimi dovranno essere applicati alla prestazione energetica degli edifici di nuova costruzione, esistenti e ristrutturati, agli elementi dell‘involucro edilizio e ai sistemi tecnici importanti per la prestazione energetica. Saranno i singoli Stati a fissare tali requisiti minimi, rivedendoli almeno ogni cinque anni e aggiornandoli in funzione dei progressi tecnici nel settore edile e impiantistico. Potranno essere esclusi: gli edifici tutelati per il loro valore architettonico o storico, gli edifici adibiti a luoghi di culto, i fabbricati temporanei, i siti industriali, le officine, gli edifici agricoli, gli edifici residenziali utilizzati meno di 4 mesi all‘anno, i fabbricati indipendenti di superficie inferiore a 50 m2.

In considerazione dell‘importanza di mettere a disposizione adeguati strumenti di finanziamento e di altro tipo per favorire il miglioramento della prestazione energetica degli edifici e il passaggio a edifici a energia quasi zero, gli Stati membri adotteranno gli opportuni provvedimenti per esaminare gli strumenti più pertinenti sulla base delle circostanze nazionali.
Entro il 30 giugno 2011 gli Stati membri dovranno redigere un elenco delle misure e degli strumenti esistenti ed eventualmente proposti, compresi quelli di carattere finanziario, anche diversi da quelli richiesti dalla presente direttiva, ma che promuovano gli obiettivi della stessa. Tale elenco dovrà essere aggiornato ogni tre anni. Gli Stati membri elaboreranno, pertanto, piani nazionali destinati ad aumentare il numero di edifici a energia quasi zero, che potranno includere obiettivi differenziati per tipologia edilizia e che comprenderanno obiettivi intermedi di miglioramento della prestazione energetica degli edifici di nuova costruzione entro il 2015.

In relazione alla certificazione energetica degli edifici, inoltre, viene ulteriormente ribadito che il certificato energetico deve comprendere raccomandazioni, specifiche per l'edificio in esame, volte al miglioramento della prestazione energetica e valutate in base al rapporto costi-benefici rispetto al ciclo di vita economicamente utile. Esso, rilasciato in conformità alla direttiva 2002/91/CE, mantiene la propria validità. Infine, la direttiva disciplina le ispezioni degli impianti di riscaldamento degli edifici dotati di caldaie con una potenza superiore a 20 kW e degli impianti di condizionamento d'aria con potenza superiore a 12 kW. La certificazione della prestazione energetica degli edifici e l'ispezione degli impianti di riscaldamento e condizionamento d'aria dovrà essere effettuata in maniera indipendente da esperti qualificati e/o accreditati, operanti in qualità di lavoratori autonomi o come dipendenti di enti pubblici o di imprese private.

Fonte: CTI

CTI - Comitato Termotecnico Italiano
www.cti2000.it/

Martedì, 24 Agosto 2010

“Reazione avversa al rumore di una persona”
: così viene definito il disturbo da rumore nella specifica tecnica UNI ISO/TS 15666 recentemente pubblicata. Il documento fornisce indicazioni per le indagini socioacustiche e demoscopiche che comprendono domande sugli effetti del rumore: il rispetto di tali indicazioni incrementa la possibilità di effettuare - in maniera statisticamente rilevante - comparazioni ed aggregazioni dei risultati degli studi, offrendo così un’informazione più ampia e di miglior qualità.
La specifica tecnica si riferisce a indagini condotte per ottenere informazioni sul disturbo da rumore “a casa”, escludendo altre situazioni come per esempio l’ambiente di lavoro, l’interno dei veicoli o le aree ricreative.

Tale contributo è scaturito dall’esigenza di informazione richiesta dal decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195 "Attuazione della direttiva 2003/4/CE sull'accesso del pubblico all'informazione ambientale", al fine di favorire l'accesso del pubblico all'informazione sull’inquinamento acustico in modo che la sua diffusione contribuisca a sensibilizzarlo maggiormente alle questioni ambientali.

Nell'ambito della lotta all'inquinamento acustico, l'Unione europea definisce un approccio comune per evitare, prevenire o ridurre - secondo le rispettive priorità - gli effetti nocivi dell'esposizione al rumore ambientale. L'approccio si fonda sulla determinazione dell'esposizione al rumore ambientale mediante la mappatura acustica realizzata sulla base di metodi comuni, sull'informazione del pubblico e sull'attuazione di piani di azione a livello locale.

Dal titolo “Acustica - Valutazione del disturbo da rumore mediante indagini demoscopiche e socio-acustiche”, la UNI ISO/TS 15666 comprende le domande da porre alle persone intervistate, le scale di valutazione, gli aspetti essenziali da tenere in considerazione nel corso dell’indagine e la restituzione dei risultati. Non sono invece presenti metodi di analisi dei dati raccolti mediante interviste.
Elaborata dal comitato tecnico ISO/TC 43 "Acoustics", la ISO/TS 15666 è stata adottata a livello nazionale dalla commissione UNI “Acustica e vibrazioni”.

Da segnalare la difficoltà della traduzione, apparentemente banale. Per esempio, per il testo riguardante la “Domanda con scala di valutazione verbale” realizzato in:
"Pensando agli ultimi (12 mesi circa), quando lei è a casa, quanto la disturba, il rumore della (sorgente di rumore)? Per niente / poco / abbastanza / molto / moltissimo"

gli esperti hanno discusso a lungo se usare i tre termini "infastidisce, disturba, molesta" come da traduzione letterale dall’inglese, o solo il termine "disturba" come la versione francese. Alla fine, avendo a riferimento la nota i dell’allegato A (wording of the questions) della ISO stessa, si è optato per il solo termine “disturba” in quanto si è ritenuto in tal modo di privilegiare la semplicità e l'immediatezza della domanda senza perdere significati particolari del termine.

Nell’appendice A viene presentata la motivazione delle specifiche relative alla formulazione delle domande e alla scala di valutazione del disturbo, l’appendice B vede formulate le domande sul disturbo “rumore” in nove lingue, messe a punto dall’ICBEN, International Commission on Biological Effects of Noise.

La conformità alle raccomandazioni contenute nella UNI ISO/TS 15666 non garantisce la raccolta di dati esatti, precisi o affidabili relativi all’incidenza del disturbo da rumore e alla sua relazione con l’esposizione.

UNI, Roberto Bottio
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Venerdì, 06 Agosto 2010

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 322 del 30 novembre 2009, depositata il successivo 4 dicembre, ha offerto una prima autorevolissima interpretazione della portata e del significato della disposizione dettata dall’art. 30 D.L. 25 giugno 2008, n. 112 («semplificazione dei controlli amministrativi a carico delle imprese soggette a certificazione»), secondo cui per le imprese soggette a certificazione ambientale o di qualità, rilasciata da un soggetto certificatore accreditato in conformità a norme tecniche europee ed internazionali, i controlli periodici svolti dagli enti certificatori sostituiscono i controlli amministrativi o le ulteriori attività amministrative di verifica, anche ai fini dell’eventuale rinnovo o aggiornamento delle autorizzazioni per l’esercizio dell’attività.
La disposizione non ha ancora avuto applicazione concreta, poiché il comma 3 dello stesso art. 30 demanda ad un regolamento, non ancora emanato nonostante si sia consumato il termine di 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto al fine fissato, l’individuazione delle tipologie dei controlli e degli ambiti nei quali essa dovrà trovare applicazione, nonché le modalità necessarie per la sua compiuta attuazione.
La decisione della Consulta scioglie, tuttavia, alcuni nodi interpretativi e chiarisce, quindi, alcuni significati della norma. 

La legittimità dell’art. 30 D.Lgs. n. 112/2008

Si tratta di una decisione di rigetto, che quindi afferma esplicitamente la legittimità costituzionale della disposizione, almeno sotto il profilo denunciato; la sentenza, infatti, dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 30, commi 1, 2 e 3, D.Lgs. n. 112/2008, promossa dalla Regione Emilia-Romagna, in riferimento agli artt. 114, 117, quarto e sesto comma, e 118, primo e quarto comma, Cost., ed al principio di legalità sostanziale.
Secondo la Regione Emilia-Romagna spetterebbe alle Regioni identificare i casi ed i motivi per i quali l’autorità pubblica deve intervenire, allo scopo di valutare legittimità ed appropriatezza dello svolgimento da parte degli enti certificatori delle funzioni ad essi attribuite.
Sia la Regione ricorrente che il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, vale a dire le due parti, sono state tuttavia concordi nell’interpretare la norma nel senso che essa riguarda le imprese certificate in generale.
Secondo la Regione ricorrente, quindi, l’art. 30 concerne le materie del commercio, dell’industria, dell’agricoltura e le altre di interesse economico. Ciò sarebbe desumibile dalla considerazione che il comma 2 di questo articolo, a conforto della competenza dello Stato, richiama i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali i quali, appunto, incidono normalmente nelle materie regionali. Siffatto richiamo legislativo sarebbe, tuttavia, erroneo perché mancherebbe il riferimento ad una «prestazione» della quale sarebbe stato fissato il livello essenziale di erogazione.
Secondo la difesa dello Stato la norma, pur riguardando le imprese certificate in generale, concernerebbe la tutela dell’ambiente e la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, materie attribuite alla competenza legislativa esclusiva dello Stato ed intersecherebbe ambiti materiali spettanti alla competenza legislativa concorrente delle Regioni, non a quella residuale. A suo avviso, la Regione ricorrente non a ragione ritiene che i controlli oggetto della norma impugnata, in quanto attengono alle imprese commerciali, per ciò solo, inciderebbero sulla disciplina del commercio, ovvero delle attività artigianali, agricole e turistiche.

L’efficacia della certificazione sostitutiva

In sostanza sia lo Stato che la Regione affermano che i controlli amministrativi devono essere svolti, in base alla norma, dagli enti certificatori con carattere sostitutivo dei controlli pubblici. La Regione censurava soltanto la limitazione in virtù della quale le verifiche dei competenti organi amministrativi hanno ad oggetto, in questo caso, esclusivamente l’attualità e la completezza della certificazione, sostenendo che spetterebbe alle Regioni identificare i casi ed i motivi per i quali l’autorità pubblica deve intervenire, allo scopo di valutare legittimità ed appropriatezza dello svolgimento da parte degli enti certificatori delle funzioni ad essi attribuite.
La Consulta ha anzitutto osservato:

  • che l’espressione «certificazione ambientale» contenuta nel citato art. 30 rinvia, tra l’altro, agli schemi di certificazione ambientale disciplinati dal Regolamento (CE) 19 marzo 2001 n. 761/2001 (regolamento EMAS) ed al Regolamento (CE) 17 luglio 2000 n. 1980/2000 (regolamento ECOLABEL), i quali hanno configurato strumenti di prevenzione, di miglioramento ambientale e di comunicazione che, rispettivamente, assicurano alle imprese un vantaggio in termini di credibilità, agevolazioni e semplificazioni, e mirano ad incentivare la presenza sul mercato di prodotti con minore impatto ambientale;
  • che l’espressione «certificazione di qualità», pure recata dall’art. 30, è riferibile alle molteplici forme di attestazione della conformità di un prodotto, servizio o sistema di gestione aziendale a requisiti di qualità di carattere cogente ovvero volontario, che implicano una verifica dell’osservanza di norme o regole tecniche.

La Corte argomenta che si tratta, in tutti i casi, di assicurare che tali verifiche siano congrue rispetto ai molteplici scopi per i quali sono previste, relativi ad ambiti plurimi e diversi, e che siano realizzate in modo tecnicamente ineccepibile, professionalmente rigoroso, efficace ed efficiente, così da garantire il valore e la credibilità dei risultati, generando la massima fiducia nel mercato, ma anche contenendo i costi ed i tempi per il loro ottenimento entro limiti accettabili.
Afferma la Consulta che la norma impone la garanzia della verifica dell’effettiva conformità del prodotto, servizio o sistema di gestione aziendale fornito dalle imprese ai requisiti minimi di qualità fissati da specifiche norme o regole tecniche europee ed internazionali.
Ecco perché, statuisce il Giudice delle leggi, la disciplina normativa è riconducibile alla materia della «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale», attribuita dall’art. 117, secondo comma, lett. m), Cost., alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, perché si riferisce alla determinazione degli standard strutturali e qualitativi di prestazioni che, concernendo il soddisfacimento di diritti civili e sociali, devono essere garantiti, con carattere di generalità, a tutti gli aventi diritto. 

La finalità della certificazione sostitutiva

Una parte fondamentale della motivazione della sentenza argomenta che l’art. 30 mira ad assicurare «che tutte le imprese fruiscano, in condizioni di omogeneità sull’intero territorio nazionale, ad uno stesso livello, della possibilità di avvalersi di una prestazione, corrispondente all’ottenimento di una delle certificazioni di qualità dalla stessa previste, concernenti molteplici ambiti e scopi, da parte di appositi enti certificatori, accreditati in ragione del possesso di specifici requisiti». Siffatta certificazione, aggiunge la Corte, «deve essere idonea ad assicurare, contestualmente, alle imprese, indipendentemente dalla loro ubicazione territoriale, la possibilità di ottenerla, senza dover soggiacere ad inutili e pesanti duplicazioni di controlli». Essa deve pure essere idonea ad assicurare «a tutti i fruitori dei prodotti o servizi erogati dalle medesime imprese, la garanzia di una corretta verifica di conformità dei predetti ai requisiti minimi di qualità fissati dalle norme tecniche interne, europee ed internazionali di settore».
Infine, l’indeterminatezza che caratterizza la norma impugnata, in punto di identificazione delle certificazioni, neppure comporta di per sé sola, secondo la Consulta, una lesione delle competenze delle Regioni, mentre la devoluzione ad un regolamento governativo, da adottarsi previo parere della Conferenza Stato-Regioni, del compito di individuare «le tipologie dei controlli e gli ambiti» nei quali trova applicazione la disposizione non esclude che, qualora tale atto fosse redatto in maniera da vulnerare le competenze regionali, le Regioni potrebbero denunciarne la lesività mediante lo strumento del ricorso per conflitto di attribuzione fra enti. 

Quali conclusioni trarre dalla sentenza 

Dalla sentenza si possono trarre alcune conclusioni circa l’interpretazione da dare all’art. 30 D.L. n. 112/2008, considerando la peculiare attendibilità ed indiscussa autorevolezza dell’organo dalla quale promanano. Le principali si possono così riassumere:

1) Innanzitutto una considerazione di carattere generale. Questa sentenza sembra confermarci che il testo di legge sopra citato non è lettera morta. La discussione in essere ci dimostra che uno scenario che veda un giorno gli Organismi di certificazione sostituirsi in qualche modo e in qualche materia agli Organi Amministrativi non è un’ipotesi scartata dal legislatore, anzi.

2) l’operatività della disposizione è subordinata all’emanazione delle apposite norme regolamentari, non ancora pubblicate, che dovranno individuare le tipologie dei controlli e gli ambiti nei quali essa dovrà trovare applicazione;

2) una volta emanato il regolamento:

  • la certificazione ambientale o di qualità rilasciata dai soggetti accreditati sostituirà i controlli amministrativi, anche ai fini dell’eventuale rinnovo o aggiornamento delle autorizzazioni per l’esercizio dell’attività (si precisa che la Corte Costituzionale adotta una definizione molto ampia di certificazione Ambientale o di Qualità, che potrebbe essere meglio circoscritta nei relativi decreti attuativi);
  • i controlli periodici svolti dagli enti certificatori sostituiranno le attività amministrative di verifica;
  • le verifiche degli organi amministrativi avranno ad oggetto, per le imprese certificate, esclusivamente l’attualità e la completezza della certificazione;

3) la norma pare riferirsi ad ogni tipo di certificazione, dunque anche alla certificazione volontaria, non imposta cioè da norme o regolamenti, dal momento che la sentenza chiarisce che il diritto di avvalersi, mediante la certificazione, della semplificazione che ne deriva è attribuito a «tutte le imprese in condizioni di omogeneità sull’intero territorio nazionale» e a «tutti i fruitori dei prodotti o servizi erogati dalle medesime imprese», e che la certificazione di qualità concerne l’applicazione non solo di norme di legge bensì di «norme tecniche interne, europee ed internazionali di settore»;

4) i requisiti da verificare, in base alla noma, parrebbero essere non solo quelli cogenti, in quanto nella sentenza si afferma che la certificazione di qualità deve essere riferita alle molteplici forme di attestazione della conformità di un prodotto, servizio o sistema di gestione aziendale a «requisiti di qualità di carattere cogente ovvero volontario».

Le prospettive

Questa interpretazione, se verrà confermata nella sua estensione applicativa dalla determinazione regolamentare degli ambiti nei quali dovrà trovare applicazione l’efficacia sostitutiva della certificazione, comporterà necessariamente conseguenze rilevanti, non tutte al momento prevedibili, soprattutto in tema di responsabilità amministrativa degli enti certificatori e di responsabilità diretta, anche sul piano penale, del personale di questi enti addetto alle verifiche ed ai controlli. Ma modificherà anche il regime di responsabilità dell’ente unico di accreditamento.
È anzitutto evidente che l’attività degli enti di certificazione sarà direttamente sottoposta, ed attualmente non lo è, alle verifiche dei competenti organi amministrativi, volte ad accertare l’attualità e la completezza della certificazione. Dunque il soggetto certificatore sarà direttamente responsabile della verifica della sussistenza di tutti i requisiti necessari per il rilascio, il mantenimento, il rinnovo e l’aggiornamento delle autorizzazioni amministrative all’esercizio della sua specifica attività, richiesti dalle diverse pubbliche amministrazioni, centrali e locali, le cui competenze interagiscono, sommandosi e spesso sovrapponendosi, nel rendere esercitabile l’attività delle imprese assoggettate alla certificazione.
Ciò richiede che i soggetti certificatori siano compiutamente informati di quali sono tutte le autorizzazioni amministrative richieste per l’esercizio della specifica attività dell’impresa certificata e da quali autorità ed organismi devono essere rilasciate. Ma anche che la certificazione concessa in assenza di taluni di questi requisiti si tradurrebbe, in caso di colpa, derivante anche soltanto dall’ignoranza della normativa, in responsabilità amministrativa (e anche civile nei confronti dell’impresa indebitamente certificata che subisse un pregiudizio dalle successive verifiche della pubblica amministrazione, nonché nei confronti degli utenti e dei consumatori che avessero confidato nella correttezza della certificazione), e, in caso di dolo, nella commissione di reati propri, quali il peculato, la corruzione o la concussione, dal momento che le persone fisiche da cui è dipeso il rilascio della certificazione difficilmente potrebbero non essere ritenute incaricate di un pubblico servizio.
E poiché questi reati contro la pubblica amministrazione sono ricompresi tra quelli da prevenire ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, il modello organizzativo degli enti certificatori dovrà riporre un’attenzione particolare nell’analizzare questi specifici (nuovi) rischi e nell’adottare le indispensabili contromisure. Occorrerebbe, anzi, domandarsi se la mancata adozione del modello organizzativo sarebbe compatibile con l’accreditamento dell’ente il quale, nell’individuare le contromisure, non potrebbe prescindere dall’accertamento dell’effettiva preparazione professionale specifica delle persone incaricate delle verifiche di qualità e dall’opportunità che esse siano improntate alla pluridisciplinarità, dovendosi il certificatore sostituire alla pubblica amministrazione in una sfera assai ampia di materie: dalla sicurezza all’igiene, dalla regolarità urbanistica al rispetto degli standard personali e materiali, e così via.Si porrà, allora, il problema di quali nuovi requisiti dell’ente certificatore debbano essere considerati cogenti dall’ente unico di accreditamento e di quali strumenti di verifica questo dovrà dotarsi per il riscontro della loro sussistenza. Conseguentemente, pure di come dovrà essere modificato il suo modello organizzativo, affinché siano prevenuti i rischi derivanti dall’accreditamento di enti non in possesso di siffatti requisiti, che dovranno rilasciare una certificazione sulla quale possa riposare la pubblica fede.

Avv. Emanuele Montemarano
Presidente dell'Organismo di vigilanza di ACCREDIA

ACCREDIA - Ente Italiano di Accreditamento
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Mercoledì, 04 Agosto 2010

callcenterLo scopo di fornire al cliente un accesso all’azienda semplice, personalizzato e sempre disponibile, ha fortemente stimolato la crescita del settore dei centri di contatto (call center/contact center).
Non sempre però i servizi offerti sono all’altezza delle aspettative del cliente: lunghi tempi di attesa, risposte inefficaci e trattamento impersonale a volte non ne fanno un servizio di qualità… Oltre alle adeguate garanzie sul servizio, la relazione con l’utilizzatore deve essere posta al centro della visione dell’organizzazione committente, in modo da trasmettere fiducia a clienti, consumatori e cittadini, rafforzando il rapporto con essi.

Ci viene in aiuto la nuova UNI EN 15838 che specifica i requisiti dei centri di contatto e si propone di fornire le “migliori pratiche” focalizzate sul cliente per soddisfare le aspettative del cliente stesso. Si applica sia ai centri di contatto in-house sia a quelli in affidamento esterno (outsourcing). Con il titolo “Centri di contatto - Requisiti del servizio” la norma europea incentiva la qualità delle prestazioni nel punto di contatto tra cliente e CCC (centri di contatto con il cliente).
Essa si propone di promuovere lo sviluppo di servizi che siano efficaci, di alta qualità ed economicamente vantaggiosi nonché rispondenti alle aspettative del cliente.

Vengono trattati dalla UNI EN 15838:

  • la strategia e la politica gestionale dell’organizzazione committente: sono descritte le mansioni, i ruoli operativi e le responsabilità, le risorse umane, le tecnologie informatiche e di comunicazione, l’assicurazione della qualità, ecc.;
  • gli operatori del centro di contatto: i requisiti, compiti e funzioni, il reclutamento e la formazione, la loro soddisfazione;
  • l’infrastruttura: canali di contatto, strumenti operativi, ambiente di lavoro;
  • i processi: l’accordo con l’organizzazione committente, statistiche del servizio, monitoraggio della qualità, gestione della forza lavoro, gestione dei reclami;
  • la soddisfazione del cliente;
  • la responsabilità sociale.

La nuova edizione della norma UNI 11200 “Servizi di relazione con il cliente, con il consumatore e con il cittadino, effettuati attraverso centri di contatto - Requisiti operativi per l’applicazione della UNI EN 15838:2010” definisce invece i parametri di riferimento dei requisiti di servizio fornito dai centri di contatto (come indicati dalle appendici A e B della UNI EN 15838:2010), al fine di garantire una valutazione oggettiva del livello di qualità del servizio medesimo, indipendentemente dal modello organizzativo o dalla tecnologia utilizzati.
La norma, che può essere applicata a singoli servizi specificamente identificati o a un insieme di servizi omogenei erogati, è destinata ai centri di contatto ed è utilizzabile dal committente interno o esterno in sede di progettazione, contrattazione, qualifica o verifica del servizio fornito.

La missione della norma è quella di assicurare un efficace canale di comunicazione per facilitare le relazioni e la gestione delle interazioni fra le aziende e i propri clienti/consumatori e tra le istituzioni/amministrazioni e i cittadini. Massima trasparenza, coerenza con le finalità e gli obiettivi del servizio, competenze, tecnologie adatte a garantire un servizio adeguato, continuità del servizio fanno un call center a norma.

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Mercoledì, 04 Agosto 2010

parcogiochiLa norma UNI 11123 “Guida alla progettazione dei parchi e delle aree da gioco all’aperto” pubblicata nel 2005 ha contribuito a fornire una serie di concetti base per la progettazione e l’allestimento di parchi e aree da gioco di nuova costruzione o destinati a modifiche, miglioramenti, ricostruzioni.

Fin dall’inizio l’obiettivo era quello di aumentare la sicurezza di tali spazi in termini di attrezzature installate e incentivare la costruzione di aree di dimensioni adeguate e facilmente accessibili dalle zone abitative, almeno per i nuovi progetti. Parallelamente a livello europeo erano state pubblicate le nuove edizioni delle norme tecniche della serie EN 1176 e EN 1177 sulle attrezzature per aree da gioco, che fornivano specifici requisiti di sicurezza per scivoli, altalene, castelli, giochi oscillanti, funivie, giostre, reti d’arrampicata tridimensionali ecc... Pertanto la necessità di creare degli spazi dedicati al gioco nel rispetto della sicurezza della funzionalità aveva spinto la sottocommissione UNI "Giochi per parchi" a proporre uno studio nazionale per l’elaborazione della norma UNI 11123.

Tra gli aspetti della norma in corso di revisione, i punti dedicati alle aree a verde dei parchi sono quelli più considerati. La componente vegetale infatti fa parte a pieno titolo dell'ambiente antropizzato e gli alberi ne costituiscono la rappresentazione più significativa ed importante da un punto di vista ambientale, paesaggistico, storico, culturale ed architettonico. E’ ormai riconosciuto che gli elementi arborei hanno importanti caratteristiche di controllo ambientale, soprattutto nei grandi centri urbani: mitigazione dell'inquinamento atmosferico e acustico, difesa del suolo, miglioramento dell'estetica ed immagine del sito e della città, raffreddamento naturale di grandi spazi nei periodi estivi, incentivi di sviluppo delle funzioni ricreative e sportive libere in spazi non strutturati. Pertanto la necessità di introdurre nella futura norma UNI 11123 alcuni aspetti e criteri per la cura degli elementi arborei risulta fondamentale per conservare nel tempo specie vegetali ed alberi nei parchi. Per l’elaborazione dei nuovi punti dedicati alle aree verdi si prenderanno anche in considerazione una serie di criteri e concetti specificati nella Guida AIAS “Linee guida sulla prevenzione dei rischi per i gestori di parchi e giardini aperti al pubblico” che è stata già utilizzata (e quindi collaudata) in alcuni siti e parchi.

La cura e la conservazione della vegetazione nei parchi e nelle aree verdi costituisce pertanto una delle nuove esigenze per la revisione della normativa. Ma perché dedicare attenzione anche alla vegetazione e agli alberi del parco? L'albero è ancorato allo stesso luogo per tutta la sua vita e pertanto è esposto con continuità alle varie forme d’inquinamento che si riscontrano nell’ambiente circostante; a ciò si aggiunge la sua debilitazione, a causa di attacchi parassitari dovuti a funghi o insetti che aggrediscono le foglie e diminuiscono le capacità fotosintetiche della pianta e, di conseguenza, la produzione e la riserva di sostanze nutritive. Negli ultimi anni inoltre si è assistito ad un aumento delle aggressioni di insetti e parassiti provenienti da paesi lontani alla vegetazione nazionale (tra gli ultimi arrivati il tarlo asiatico è sicuramente uno dei più temibili al punto che il suo ritrovamento in Italia (primo fra i paesi europei) ha scatenato un vivo interesse da parte di molte istituzioni pubbliche e private (Università, Servizi Fitosanitari, Centri di ricerca, etc.) allo scopo di studiare opportune modalità di contenimento). Quando gli attacchi parassitari colonizzano la parte legnosa e fibrosa dell’albero, compromettono la stabilità e la vitalità dei soggetti arborei nel tempo; quindi, è necessario intervenire con le migliori tecniche fitosanitarie disponibili. Nella politica di gestione delle alberature è quindi opportuno operare, in primo luogo, con l'obiettivo di ridurre e minimizzare i danni ai soggetti arborei e, secondariamente, con quello di programmarne un corretto rinnovo allo scopo di mantenere inalterate nel tempo le capacità bioecologiche degli impianti arborei, tenendo conto delle variazioni climatiche in continua evoluzione. La norma UNI 11123 deve occuparsi in modo più approfondito anche di queste nuove importanti problematiche e contribuire a fornire suggerimenti e proposte per una migliore gestione delle aree verdi e dei parchi in città.


Riferimenti normativi riguardanti le attrezzature da gioco più comuni nei parchi

  • UNI EN 748 "Attrezzatura per campi da gioco ‐ Porte da calcio ‐ Requisiti e metodi di prova, inclusa la sicurezza"
  • UNI EN 749 "Attrezzatura per campi da gioco ‐ Porte da pallamano ‐ Requisiti e metodi di prova, inclusa la sicurezza"
  • UNI EN 1176‐1 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova"
  • UNI EN 1176‐2 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti aggiuntivi specifici di sicurezza e metodi di prova per le altalene"
  • UNI EN 1176‐3 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti aggiuntivi specifici di sicurezza e metodi di prova per gli scivoli"
  • UNI EN 1176‐4 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti aggiuntivi specifici di sicurezza e metodi di prova per le funivie"
  • UNI EN 1176‐5 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti aggiuntivi specifici di sicurezza e metodi di prova per le giostre"
  • UNI EN 1176‐6 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Requisiti aggiuntivi specifici di sicurezza e metodi di prova per le attrezzature oscillanti"
  • UNI EN 1176‐7 "Attrezzature per aree da gioco ‐ Guida all'installazione, ispezione, manutenzione e utilizzo"
  • UNI EN 1177 "Rivestimenti di superfici di aree da gioco ad assorbimento di impatto ‐ Requisiti di sicurezza e metodi di prova"
  • UNI EN 1270 "Attrezzatura per campi da gioco ‐ Attrezzatura per pallacanestro ‐ Requisiti di funzionalità e di sicurezza, metodi di prova"
  • UNI EN 1271 "Attrezzatura per campi da gioco ‐ Attrezzatura per la pallavolo ‐ Requisiti di funzionalità e di sicurezza, metodi di prova"
  • UNI EN 1510 "Attrezzatura per campi da gioco ‐ Attrezzatura per il tennis ‐ Requisiti di funzionalità e di sicurezza, metodi di prova"
  • UNI EN 12572 "Strutture artificiali per scalate ‐ Punti di assicurazione, requisiti di stabilità e metodi di prova".

UNI, Gian Luca Salerio
Responsabile Divisione “Sanità, alimentazione, materiali e beni di consumo”
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Martedì, 03 Agosto 2010

energiaverdeLa pubblicazione della UNI CEI EN 16001 è la continuazione di un cammino normativo relativo ai sistemi di gestione, iniziato tempo fa con le norme sui sistemi di gestione per la qualità e l’ambiente. Per informare tutti i soggetti civili ed industriali sulle potenzialità di tale norma, UNI e CTI organizzano il 15 settembre a Milano un corso di formazione. Ancora pochi giorni per iscriversi!

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